Osservatorio SCF

#QuattroChiacchiere con Corrado D’Andrea: Innovare la PA senza perdere di vista il servizio e gli utenti

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L’attenzione verso gli utenti e una nuova visione del lavoro nella Pubblica Amministrazione: questi sono i due punti centrali dell’intervista fatta a Corrado D’Andrea dall’Osservatorio Scienza Cultura e Futuro dell’ACV.

Potete trovare l’intervista completa qui:

Avvocato e Funzionario del Comune di Tortona, Corrado D’Andrea è figlio del territorio Tortonese e proprio per questo ben conosce il relativo tessuto sociale ed economico.

Da sempre è attento conoscitore degli aspetti tecnologici che determinano lo svilio delle Pubbliche Amministrazioni e l’esperienza di questi ultimi anni all’interno dell’Osservatorio sulla PA dell’Università Milano Bicocca ci hanno permesso di fare un interessante approfondimento sugli scenari futuri della PA.

La PA non è più un bastione arroccato nella burocrazia cartacea

Ci racconta ironicamente Corrado: “Sono decenni che si parla di Pubblica Amministrazione da svecchiare [..] che viene vista come un problema, un ostacolo per questo “straordinario mare d’innovazione” che circonda la PA, che fieramente – come un castello medievale – si rifugia dietro alle mura per non piegarsi”. In realtà non è così, e come prosegue a spiegarci “devo dire con orgoglio che parlando di innovazione nella PA, ci sono delle sacche straordinarie di buone prassi, di modalità e di processi decisionali che si sono adeguati in maniera fulminea al progresso. In alcuni casi sono andati addirittura oltre!” 

In effetti si può pensare al Codice dell’Amministrazione Digitale (https://www.agid.gov.it/it/agenzia/strategia-quadro-normativo/codice-amministrazione-digitale) non come un faro d’innovazione sorto dal nulla, ma come un codice – che prendendo atto di processi già in corso da anni in alcune Amministrazioni più virtuose – vuole definire le regole di un percorso “ordinato” verso la digitalizzazione e l’innovazione dei processi.

“In una cosa noi della PA siamo dei tradizionalisti straordinari” spiega Corrado “senza regole non funzioniamo bene. Ma credo che questo sia vero anche per una società privata”. 

Probabilmente sono molto diversi i tempi e la burocrazia che portano al disegno di queste regole, ma “anche per gli interessi che persegue la Pubblica Amministrazione, talmente diffusi, ampi e coinvolti nel processo democratico, che …beh” prosegue D’Andrea “da cittadino, se fossi fuori, sarei io stesso a dire che tu PA non ti innovi se non ci sono delle regole ben precise, non fai come ti pare!”

Mantenere il focus sul servizio anche durante l’innovazione

Ci sono delle parole, dei “mantra” che si sentono spesso ripetere nei vari corsi di formazione, e compaiono nelle Direttive nazionali ed Europee, che si interfacciano con i dipendenti pubblici: parole come “ridurre l’accesso fisico del cittadino” “economizzare i servizi” “ottimizzare” etc. etc.

Bisogna però sempre mantenere il focus sugli utenti a cui quel servizio è destinato.

Corrado porta l’esempio del sito dell’INPS che rappresenta un ottimo prodotto tecnologico, con una grafica che disegna un semplice front-office in cui trovare molti servizi. Il vero problema è però l’accessibilità di questi servizi da parte di chi non è così avvezzo agli strumenti digitali.

“La domanda quindi che mi son fatto è se davvero è un problema di deficit di innovatività della Pubblica Amministrazione o se forse è più un problema di digital divide della popolazione […] Ricordiamoci che il tortonese è una delle zone a tasso di popolazione più anziana d’Italia (insieme ad altre zone della Sardegna e d’Italia). Di conseguenza, privilegiando una informatizzazione spintissima, si rischia di lasciare indietro una fascia di popolazione molto importante che, a ben vedere, è la destinataria principe di quel servizio”.

Secondo Corrado quindi bisogna riuscire a svecchiare le teste e a non trasformare l’esperienza del cittadino meno tecnologico in un percorso da girone dantesco per accedere al servizio di cui ha bisogno.

Il cambio generazionale nella PA può aiutare il processo di innovazione?

In ambito tecnologico la PA vive talvolta paradossi dati da piattaforme evolute su hardware non idoneo o di hardware di ultima generazione, ma con vecchi applicativi che mal si sposano con il processo che dovrebbero supportare.

“Il problema delle risorse umane ” spiega Corrado ” si va ad infilare dentro [quei paradossi], perchè non è così automaticamente detto che arrivino forze fresche e che queste siano geni del computer”.

Ci sono colleghi giovani a cui manca l’atteggiamento mentale giusto per approcciarsi a nuove tecnologie.

Il lavoro nella PA

Come in tutte le interviste, terminiamo anche questa chiacchierata raccontando orizzonti professionali, questa volta nella Pubblica Amministrazione.

Discorrendo con Corrado D’Andrea, emerge un’immagine del pubblico impiego molto diversa da quella tradizionalmente stereotipata del “posto fisso“. Bisognerebbe infatti, secondo Corrado, che chi si approccia al pubblico impiego, smetta di pensare che quello è il fine ultimo della sua vita professionale, ma che veda i benefici del pubblico come uno stimolo per portare entusiasmo e vitalità nella PA.

Una PA innovativa sarà quella che riuscirà anche ad “innovare le teste” di chi lavora al suo interno, con ricette che integrano i giovani con chi ha esperienza decennale, con veri talenti e con tutti quelli che saranno in grado di dimostrare la propria capacità di smart thinking, di pensare in maniera nuova e corretta, in grado di risolvere problemi e di affrontare le sfide.

Un’altra sfida da affrontare nella PA è anche quella reputazionale: chiediamo a Corrado se una scarsa concorrenzialità degli stipendi pubblici rispetto al privato non abbia influito a farsi scappare talenti e capacità manageriali e spegnere un po’ di competitività professionale. “Per troppi anni la PA è stata considerata come una specie di carrozzone di privilegiati […]. Questo è un atteggiamento tipico del nostro paese, perché la Francia e la Germania hanno apparati di Pubblica Amministrazione comparabili ai nostri […], ma coloro che ne fanno parte hanno uno status che è considerato al pari se non meglio del privato” ci spiega Corrado “e da questo poi – cioè dal punto di vista dell’accettazione sociale – ne deriva una premialità e una remunerazione che è paragonabile al privato e alcune volte anche più alta”.

Nel nostro paese, secondo Corrado, c’è il rischio che affrontare il problema della scarsa concorrenzialità degli stipendi pubblici rispetto a quelli privati a parità di ruolo, riduca tutto ad un mero confronto tra stipendio e benefici/privilegi, primo fra tutti la sicurezza di uno stipendio fisso e pressoché sicuro. Questo è un errore, perché prima andrebbe affrontato il confronto a livello di status professionale.

Servirebbe invece che tutti i dipendenti pubblici, mossi da “un moto di straordinario orgoglio professionale”, fossero molto più fieri del lavoro e della funzione che svolgono nella collettività; anche perché quello che fa un dipendente pubblico, lo fa nell’interesse di tutti e una quota parte di quell’interesse è anche per sé stessi. “Da lì ci sarebbe conseguentemente una accettazione molto più ampia di una eventuale rivalutazione stipendiale”.

Tanti spunti di approfondimento anche in questa intervista dell’Osservatorio SCF dell’ACV.

Potete trovare questa e le prossime interviste nelle pagine del sito dell’Associazione Culturale VIguzzolese – www.viguzzolocultura.it

Mauro Sartor

Filippo Concaro, un antennista “spaziale”

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Filippo Concaro è ingegnere elettronico classe ’79, studente del Liceo Scientifico Peano di Tortona e poi di Ingegneria a Pavia. Ed è anche un caro amico dei tempi del liceo, che ha pensato bene di frequentare uno stage e poi preparare la tesi di laurea presso il Centro Operativo dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea).

FIlippo Concaro

Un “cervello in fuga” che abita ora con la famiglia in Germania, vicino a Francoforte, e che lavora nel team che si occupa in particolare delle stazioni di terra per il controllo dei satelliti e delle comunicazioni con lo spazio: quelle enormi antenne dislocate in varie zone, spesso sperdute, della terra.

Guarda il video dell’intervista

Un Antennista Spaziale

Mia moglie dice che faccio l’antennista” ci racconta Filippo “in realtà mi occupo di antenne molto grandi, da un paio di metri la più piccola fino a 35 metri. Ho anche dato supporto per il Sardinia Radio Telescope che misura oltre 64 metri“.

Chiacchierare con Filippo trasmette sempre la sensazione di parlare ancora con quell’amico umile e sincero dei tempi del liceo, con quel sorriso che fa apparire tutto semplice. Un’umiltà che nasconde però una grande professionalità e un lavoro molto complesso. Nel Team di Filippo ci si occupa di antenne multimissione, che supportano diverse missioni dell’ESA.

Tra queste la famosissima Rosetta, ma anche quelle attive al momento come BepiColombo che sta andando verso Mercurio e Solar Orbiter che sta andando verso il Sole” ci spiega “Sono quelle che noi chiamiamo Deep Space“.

Le stazioni di controllo di cui si occupano sono ubicate principalmente in Australia, Spagna e Argentina. Una vicino al Polo Nord.

Filippo si occupa della progettazione della costruzione di quelle antenne che hanno come scopo di captare il segnale dai satelliti e ritrasmetterlo, permettendo in questo modo la comunicazione con le missioni spaziali più remote. Un flusso di dati che prende il nome di Telemetry & Telecommand e che serve a controllare, quasi come un telecomando, il satellite.

Uno SPAZIO per comunicare

Spesso siamo portati ad immaginare le missioni nello spazio come missioni di ricognizione e conquista di nuove frontiere. In realtà lo spazio è sempre più un vettore e un media di comunicazione, anche per Internet.

All’ESA lo chiamano “New Space” ed è costituito da migliaia di satelliti privati e a basso costo, spediti da società private per distribuire internet attraverso i satelliti. Società come Starlink di Elon Musk, disposte a mandare in orbita migliaia di satelliti “Super cheap”, calcolando la possibilità che possano poi non funzionare più (quasi il 10% di fail).

Un esercito di satellitini che però spesso intralciano e disturbano le missioni delle Agenzie Spaziali. Missioni molto più costose e con scopi di ricerca ed esplorazioni di lunga durata.

C’è tutta una area tecnica dell’ESA che si occupa proprio dello “Space Debris“, cioè di tutti quei detriti prodotti da satelliti non più funzionanti o da resti di collisioni che obbligano i tecnici dell’ESOC ad operare manovre correttive per evitare danni a costose missioni o per evitare interferenze nelle comunicazioni.

The European Space Agency – About ESOC

Le missioni e le attività dell’Agenzia sono principalmente costituite da:

– Programmi di Scienza (come ad esempio le Missioni Deep Space)

– Programmi di Osservazioni della Terra

– Telecomunicazione

Ogni Stato Europeo partecipa economicamente in parte alle missioni scientifiche e in parte ad aree scelte volontariamente. La Francia per esempio finanzia la ricerca e la costruzione dei lanciatori come Ariane, mentre l’Italia crede e investe molto sulla stazione internazionale e sull’osservazione e studio della Terra.

Ritorni pratici degli investimenti sulle missioni spaziali

Sono molte le tecnologie nate grazie agli studi fatti per le esplorazioni spaziali e per la ricerca scientifica correlata. Sono diventate famose per esempio alcune tecnologie nate a seguito delle esplorazioni lunari e che ora fanno parte della nostra quotidianità come il velcro, la TAC, il cibo liofilizzato o i filtri per l’acqua.

Abbiamo chiesto a Filippo cosa può esserci di “promettente” tra le tecnologie e gli studi che sta seguendo: “Nel mio campo sono tecnologie molto specifiche, però per esempio in un progetto in cui sono stato coinvolto di recente, abbiamo installato un’antenna alle SVALBARD – arcipelago vicino al Polo Nord – per comunicazioni con i satelliti polari con lo scopo di provare le tecnologie ad una frequenza particolare, molto alta, 26GHz. L’antenna è coperta da un radome, una sorta di pallone che serve per proteggerla, non dalla neve come tutti pensano, ma dal vento che soffia a 200 Km/h. [..]. Ci sono tecnologie “non facili” per costruire un radome di quelle dimensioni e che risulti trasparente alla frequenza, cioè che non attenui il segnale. Beh, questi radome sono alla fine quelli che montano sugli aerei.”

Gli aerei infatti montano antenne che non vediamo e che sono nascoste nella fusoliera. In questi casi la fusoliera non può essere di metallo – che bloccherebbe la trasmissione – ma è a tutti gli effetti un radome e utilizza le stesse tecnologie usate per le antenne di comunicazione studiate dall’ESA. Oltretutto le frequenze intorno ai 26GHz saranno le stesse in parte utilizzate per il 5G, quindi molte di queste tecnologie potranno rappresentare soluzioni anche nella vita di tutti i giorni.

Lavorare all’ESA

Lavorare all’Agenzia Spaziale Europea può essere una opportunità interessante per studenti e laureandi (e non solo). In Germania le scuole superiori possono fare periodi di lavoro e studio presso l’ESA. Ma ci sono opportunità anche per gli studenti italiani che possono sfruttare programmi di internship per svolgere lo stage e/o la tesi. Le figure più richieste sono ingegneri elettronici , aerospaziali e informatici. Molto richiesti anche matematici per lo studio delle orbite e per progetti di intelligenza artificiale.

Vedi le #QuattroChiacchiere con Matteo Torre per il ruolo della matematica nelle nuove professioni

Altra interessante opportunità è il programma YGT che ogni anno offre a giovani laureati la possibilità di lavorare su progetti dell’Agenzia.

https://www.esa.int/About_Us/Careers_at_ESA/Apply_now_for_the_2022_YGT_opportunities

Inoltre va ricordato come la facoltà di Ingegneria di Pavia abbia una lunga tradizione di partnership con l’ESA, partnership che negli anni ha portato decine di studenti della facoltà a frequentare con successo l’Agenzia Spaziale Europea.

Mauro Sartor

#QuattroChiacchiere con… Filippo Concaro

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Tutti pronti martedi’ 22 febbraio per una nuova intervista dell’Osservatorio SCF

questa settimana le #QuattroChiacchiere sono con.. Filippo Concaro,  Antenna Engineer presso ESA (Agenzia Spaziale Europea)

Vi aspettiamo!

Quattro chiacchiere con il prof. Matteo Torre su matematica, scienza e informatica a scuola e nella vita

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Matteo Torre

Secondo incontro dell’Osservatorio SCF con il prof Matteo Torre. Docente di Matematica e Fisica al liceo Peano di Tortona, classe 1984, si è laureato in Matematica presso il Dip. di Matematica “F. Casorati” di Pavia, con tesi dal titolo: Una proposta didattica per l’insegnamento della meccanica quantistica nella scuola secondaria superiore”. Dopo la Laurea, ha affiancato all’insegnamento l’attività da borsista universitario e ha conseguito il master in “Innovazione Didattica in Fisica e Orientamento”. Fanno parte di questo completo percorso di formazione continua anche la partecipazione a convegni e corsi di formazione in Italia e all’estero con un focus particolare all’insegnamento della fisica.

Formazione continua per far fronte ai cambiamenti

Matteo ha praticamente vissuto la scuola con la passione di chi non l’ha mai abbandonata: “Sono entrato nella scuola a sei anni e praticamente non ne sono più uscito […] dopo la laurea a luglio 2008, al primo settembre 2008 ero già in cattedra”. Il fatto di rimanere in contatto con l’università – come borsista e per il master – durante la docenza gli ha permesso di consolidare la convinzione che la formazione continua sia fondamentale per un docente, anche prima che questa diventasse obbligatoria. Questa formazione è quella che permette di non perdere il contatto con un mondo in costante mutamento.

A tal proposito Matteo ricorda il consiglio di un collega “Se guardate e pensate alle vostre stanze e poi guardate quelle dei vostri figli, vi accorgerete come quelle di prima sembrano delle celle da monaci, mentre quelle di adesso sembrano astronavi”. Questo deve insegnarci che qualcosa deve sempre cambiare, ma senza seguire le mode del momento, che sono presenti anche nell’insegnamento.

Tecnologia e insegnamento

interessante il rimando del prof. Torre al collega e amico Antonio Calvani, che più volte ha messo in guardia dal pericolo dell’illusione tecnologia nell’insegnamento.

E’ ingenuo credere che basti introdurre i computer e la multimedialità nella scuola per ottenere un miglioramento della qualità dell’educazione. Senza una adeguata preparazione specifica degli insegnanti, si rischia di fare un uso banale e didatticamente irrilevante di tecnologie estremamente sofisticate.    –  Antonio Calvani

Sicuramente però la tecnologia ha permesso in questo periodo di mantenere i contatti tra docenti, alunni e famiglie, anche dando la possibilità di seguire incontri che prima a causa della distanza non si sarebbe potuto frequentare e soprattutto senza interrompere l’insegnamento.

L’insegnamento della matematica

Lo studio della matematica pura è ormai alla base di molte discipline e nuove professionalità come l’analisi dei Big Data, il Machine Learning e l’intelligenza Artificiale. Quanto di questo si ritrova negli studi scolastici?

“Il punto di arrivo dello studio della matematica per tutti gli istituti è l’analisi, la probabilità discreta e continua” ci dice Matteo. E’ in pratica un percorso vecchio di centinaia di anni, quasi di fine 1800.

Lo sforzo che la scuola può fare è quello di insegnare la matematica applicata attraverso progetti e con una visione di ampio respiro, senza entrare nei dettagli perchè il tema sarebbe troppo complesso. Questo sforzo deve essere fatto, secondo il prof. Matteo Torre, perché è quello che porta i ragazzi ad essere curiosi e li incoraggia ad approfondire poi nel percorso universitario. Proprio attraverso l’esercizio del ragionamento puro della matematica, si forma quella apertura mentale che predispone ad essere curiosi e a mettersi in gioco.

La scuola deve gettare le basi per essere elsatici e gestire la velocità del progresso tecnologico. Non inseguendolo ma imparando a ragionare per comprenderlo.

L’insegnamento dell’informatica

Nella scuole l’insegnamento dell’informatica è affrontato in maniera diversa: si insegna il coding già dalle elementari, in alcuni percorsi si affronta il tema della programmazione e in pochi casi viene insegnata l’educazione digitale. Quale può essere l’approccio migliore?

Secondo Matteo la vera svolta si inizia a vedere quando si lavora in maniera verticale e seguendo modelli efficaci, come ad esempio quelle delle DigComp, il Modello Europeo delle competenze digitali di base.

Un percorso può essere quello di insegnare gli algoritmi e la programmazione a blocchi già dalle elementari, mostrando come anche nella vita reale seguiamo dei veri e propri algoritmi senza accorgercene (mi sveglio, mi lavo, faccio colazione, prendo l’auto…), proseguendo poi alle medie con l’educazione digitale, la netiquette e l’uso di internet.

Questo percorso può poi completarsi alle superiori con lo studio del linguaggio macchina e della programmazione, arrivando ad aspetti molto interessanti come la crittografia che è un tema che si presta particolarmente all’interdisciplinarietà, anche data dall’importanza storica di progetti come quello di Enigma o di figure particolarmente affascinanti come quella di Alan Turing.

Il riuscire a far vivere le materie scientifiche come l’informatica, la matematica e la fisica attraverso anche la storia di fatti e persone può aiutare a renderla meno astratta e slegata dalla vita. Meno fredda insomma.

“La matematica e la scienza in generale” dice ancora Matteo “sono un collante per la società; o viceversa, se vogliamo vederle dall’altro punto di vista, la società ha al suo interno esperti matematici e scienziati che sono prima di tutto esseri umani, con i loro pregi, ma anche i loro difetti e debolezze. Tutto ciò aiuta a far apparire la matematica meno astratta e fredda”.

A differenza di tanti anni fa, ora la matematica non è più fatta solo di esercizi ripetitivi, atti ad acquisire la tecnica. Oggi tutti sanno che, acquisita la tecnica, si deve metterla in pratica anche in condizioni nuove e innovative. Ciò mette un po’ in crisi e fa sudare freddo, ma è proprio così che si scopre che la matematica è un linguaggio universale. Questo vale per tutte le materie ed è proprio quello l’aspetto più affascinante della scuola superiore: aiutare a conoscere una unica “cultura” che unisce il sapere scientifico, umanistico e artistico.

DAD come opportunità per la formazione continua anche degli adulti

L’esperienza delle lezioni a distanza è stato utile nei casi più virtuosi per sfruttare le parti positive dell’approccio e dar vita a progetti come quelli delle FLIPPED CLASSROOM (LA CLASSE CAPOVOLTA).

Tutto ciò può essere utile per aiutare anche gli adulti a fare micro percorsi educativi, spesso gratuiti (come nel caso dei MOOC – Massive Open Online Courses) in modo libero e dilazionato. Il datore di lavoro dovrebbe riconoscere la formazione del dipendente – se fatta presso università, scuole, enti di ricerca o altri istituti riconosciuti.

Per gli insegnanti per esempio c’è già una piattaforma (la piattaforma S.O.F.I.A. del MIUR) che raccogli i percorsi formativi degli insegnanti. Un progetto simile potrebbe essere interessante anche per il mondo del lavoro.

Prospettive di lavoro nel mondo della scuola

Probabilmente per far fronte alla carenza di docenti potrebbe essere necessario rivedere il percorso della carriera di un insegnante.

Ora un docente, un maestro, un professore entra con un concorso e probabilmente avrà davanti una vita di insegnamento. Al massimo potrebbe pensare a fare un concorso da dirigente, ma cambierebbe la propria attività.

Sarebbe molto interessante invece pensare ad un percorso basato sulla seniority e sull’esperienza. Un percorso che parte con i nuovi professori appena assunti che svolgono quasi la totalità delle proprie ore di lavoro nella scuola, comprese quelle dedicate alla correzione e al supporto degli studenti, secondo un modello alla giapponese; quando poi l’insegnante diventa “senior” potrebbe avere un carico di ore minore, ma con altre attività di affiancamento agli insegnanti junior, per insegnare i trucchi del mestiere.

“Fare l’insegnante è come fare la mamma o il papà: non c’è il modo migliore o il modo peggiore per insegnare, si impara e si sbaglia facendolo”.

Questo percorso potrebbe concludersi  lasciando ai docenti più esperti gli utlimi anni delle classi superiori, classi in cui l’esperienza e la capacità dell’insegnante è particolarmente formativa per lo studente. Oltre a questo il docente – a fronte di un carico di ore minore –  potrebbe aiutare anche nella gestione della scuola e nel miglioramento del metodo formativo degli studenti stessi.

Mauro Sartor

SID – Safer Internet Day 2022

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Ritorna anche quest’anno il SID Safer Internet Day – giornata internazionale sull’uso consapevole della rete WEB, istituita e promossa dalla Commissione Europea.

https://www.saferinternetday.org/home

Sono molte le attività che trovate on line in occasione di questo evento. Prima fra tutte la diretta organizzata da Generazioni Connesse (https://www.generazioniconnesse.it) del Ministero dell’Istruzione, che propone un webinar intitolato “Tra storytelling e digital reputation: costruire la propria immagine online


Anche Twitter offre per la giornata centinaia di risorse che potete trovare attraverso l’hashtag ufficiale #SID2022


Da non perdere anche gli eventi organizzati dal Telefono Azzurro proprio per la giornate e che potrete seguire in diretta direttamente dal sito dell’associazione

Osservatorio SCF

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L’Osservatorio SCF dell’ACV inizia il suo ciclio di interviste con Salvo Bruno.

Chi è Salvo Bruno?

Artista, Direttore Eventi, Specialista Digital & Communication: 20 anni di esperienza nella comunicazione artistica e creativa, che lo impegna tutt’ora nella progettazione e nella gestione di convention, congressi ed eventi, sia artistici che di business.Artista poliedrico e front-man carismatico, Salvo ha lavorato in numerosi spettacoli e musical e tra questi fu scelto da Brian May e Roger Taylor per interpretare Kashoggi in “We will rock you“, il musical ufficiale dei Queen. “Love of my life” è invece il “suo” spettacolo, che racconta in un recital di parole e musica la vita di Freddy Mercury: un tributo che trasmette tutto l’amore artistico che Salvo ha per l’istrionico cantante dei Queen.


L’intervista

“La tecnologia ha avuto un’impennata in questi due anni di pandemia e tutto ciò è andato a ripercuotersi su tutti i fronti” racconta Salvo “purtroppo il mondo artistico si è immediatamente bloccato, e ha dovuto da subito capire come reagire“.
Abbiamo infatti visto come durante la pandemia tutto il settore artistico abbia dovuto reinventarsi e trovare un nuovo modo per distribuire l’arte alla gente, spesso anche a scapito del proprio sostentamento economico.Molti gruppi hanno cercato per esempio di fare sessioni musicali remote, ognuno a casa sua e con mezzi non professionali, montare il tutto e distribuirlo sui media digitali in internet.Era l’unico modo possibile per creare un “contatto” con il proprio pubblico, ma a fronte di molte difficoltà tecniche “perché non era un live, ma un video post prodotto“.
La sfida di chi organizzava gli eventi è stata quella di trovare il modo di collegare quante più persone allo stesso tempo: “Io mi occupo anche di portare intrattenimento per le aziende grandi e piccole che avevano quasi l’obbligo, soprattutto il Board, di far sentire ai propri dipendenti che l’azienda, nonostante tutto c’era, era lì. Come farlo? Siamo andati a sfruttare gli studi televisivi, i teatri di posa dove c’erano già attrezzature importanti (luci, telecamere, microfoni).Il grande cambiamento successivo ha riguardato le modalità di trasmissione del contenuto. Invece di utilizzare le tecnologie specifiche degli studi televisivi, si è cercato – riuscendoci egregiamente – di portare tutto attraverso il web e quindi di utilizzare, al posto di software e attrezzature “domestici”, quegli strumenti altamente professionali come le telecamere e i microfoni: indubbiamente hanno creano un’esperienza migliore e più immersiva per chi seguiva l’evento da casa.
Quanto il divario digitale dato da una iniziale impreparazione degli utenti, ma soprattutto da linee internet domestiche non adeguate, ha creato difficoltà in queste situazioni?”Tantissimo” spiega Salvo “tantissimo, perché noi potevamo avere la tecnologia migliore in assoluto, la più potente, ma se a casa non avevi un wifi adeguato tutto veniva vanificato“. Oltretutto in quel periodo il wifi domestico – che già risentiva spesso di tecnologie non prestanti – veniva ulteriormente messo sotto stress dagli altri membri della famiglia in Didattica a Distanza o a loro volta in Smart Working. “In queste situazioni la rete internet di casa si stringeva sempre di più, ed è per questo che il consiglio che davamo, attraverso un helpdesk dedicato agli utenti, era quello di usare l’hotspot del telefonino. Qualunque telefonino di ultima generazione infatti garantiva una trasmissione adeguata ed esclusiva per il proprio portatile“. Mossa vincente quella di associare un servizio di supporto agli utenti, un supporto dedicato esclusivamente al servizio di telepresenza o dell’evento a distanza. “Oggi, a due anni dal lockdown, è quasi tutto nella norma. Ma se pensiamo a marzo/aprile, quando si cominciavano a vedere le prime cose dopo l’inizio del lockdown, le domande di rito erano dove guardo? dove devo linkare? non so cosa schiacciare?!?! Non siete capaci perchè non riesco a vedervi… Con un supporto di assistenza composto da persone dedicate, che sapevano dare risposte adeguate, hai potuto dare un servizio completo e soddisfacente.”
Durante questo periodo di forte accelerazione, anche le persone più restie hanno familiarizzato con le tecnologie. Oggi chi si collega sa come comportarsi e come utilizzarle.


Come cambierà la fruizione della cultura e dell’arte grazie a questa questa crescita digitale avvenuta più o meno con sciamente?

“Tanti musei e tante iniziative stanno già tentando di testare quello che può essere il futuro. Entrare nei musei con lo smartphone ti permette di fare tantissime cose: inquadrare un QR-Code e visualizzare video, descrizioni audio guide. “Molti musei ed esposizioni hanno implementato sempre di più esperienze di Virtual Tour, che ti permettono di muoverti, vedere in maniera virtuale tra le sale espositive. Si arriverà però a trovare un equilibrio, perchè alcune opere per esempio non puoi non vederle in presenza. Sicuramente ci sarà uno sviluppo interessante della tecnologia su tante tematiche, ma quello che può essere il vedere un Cristo Velato a un metro non si può sostituire. Quella emozionalità credo e spero non la si vorrà perdere.

La tecnologia in questi due anni ha fatto passi da giganti soprattutto nell’applicazione. “Avevamo in casa tantissime tecnologie che andavano lentamente, vedi il qr-code o gli attualissimi BEACONS, un altro tipo di tecnologia, analoga al qr-code ma senza necessità di inquadrare. Il telefonino rileva un segnale e in base a dove sei sullo schermo compare una notifica, come un sms, e di seguito tantissime informazioni. Si usano già molto nei musei. Tante di queste iniziative continueranno ad evolversi, soprattutto per dare quell’effetto “WOW” che allarga la fruibilità del pubblico“. Questo soprattutto per quel pubblico giovane che negli ultimi anni si è visto meno nei musei e che con queste tecnologie può essere maggiormente attratto ed invogliato alla visita. In conclusione, possiamo pensare che ci sarà una ulteriore esplosione di tecnologie e di iniziative: lo stiamo già vedendo adesso con il metaverso, ma perderemo completamente il contatto per rimanere chiusi solo in una stanza.

Musei e realtà aumentata – Photo by JULIO NERY from Pexels


Questi cambiamenti porteranno nuove professionalità?

Sicuramente ci saranno nuove professionalità, l’abbiamo già visto per le figure lavorative nate dai Social. Tanti media manager, tanti grafici, tanti videomaker, tanti fotografi, perché naturalmente la fotografia ha un ruolo importante. Adesso, a maggior ragione, molte figure ancora servono per garantire quella professionalità di cui c’è bisogno. Proprio per lo sviluppo veloce ed esponenziale che c’è stato oggi servono quelle figure che diano un riordino, un taglio professionale: questa è l’esigenza.

Il mondo del lavoro oggi è cambiato totalmente, anche per noi, non solo per i nostri figli!”

Mauro Sartor